Lil’ Joe interviewed for LifeGate Radio

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Istantanee da una vita in blues: Lil’ Joe Burton e l’intervista
19 Nov 2009 // di Massimo Baraldi
La vita può essere dura per tutti, ma se nasci in uno dei quartieri popolari di Chicago può diventarlo particolarmente. Da quelle parti possedere un’arma e saperla usare può davvero fare la differenza, benché quando la variabile sei tu e hai gangs, droga e polizia come costanti, il risultato dell’equazione sia perlopiù abbastanza scontato.
Nel caso di Joseph Burton, classe 1952 e noto ai più come Lil’ Joe from Chicago, le cose andarono diversamente: fu un trombone a salvargli la pelle e tirarlo fuori da lì. Ancora bambino aderì a un programma sperimentale di formazione musicale e di lì a poco si ritrovò con un vero lavoro per le mani. «Non ringrazierò mai abbastanza il Signore per avermi insegnato a essere un brav’uomo attraverso la buona musica» è una frase che Lil’ Joe ama ripetere. Certo, la madre sognava per lui un futuro da pediatra… ma, se è vero che la musica è una cura per lo spirito, ha comunque motivo di esserne orgogliosa.

Tre albums con Junior Wells, cinque con B. B. King e poi una serie infinita di collaborazioni che spaziano dai Carpenters ai Platters, da Bobby Womack a Joe Tex e Otis Clay, da George Burns a Tony Bennett: Lil’ Joe è stato uno dei musicisti più richiesti della scena blues, soul e rhythm & blues del suo tempo, praticamente una piccola leggenda. Stabilitosi ormai da qualche anno ad Atlanta, è entrato a far parte della Music Maker Relief Foundation di Tim Duffy, organizzazione che fa del proprio meglio per promuovere, supportare e provvedere ai bisogni dei pionieri del blues che vivono in condizioni di disagio.  Versatile ed eclettico, dal 2003 ha messo il proprio talento a disposizione di Danny “Mudcat” Dudeck, uno dei bluesmen più rappresentativi della scena locale e, in occasione del loro tour italiano, lo incontro proprio in sua compagnia.

Lil’ Joe mi accoglie con un bel sorriso stampato tra gli occhi scintillanti, e posso dire che quando te lo trovi davanti non ti è difficile immaginarlo ancora ragazzino, affacciato sul corridoio dei camerini a salutare Ray Charles con la mano chiedendosi se sarà poi proprio vero che a vederlo non ci riesce mica.

MB: Sono molti i musicisti che hanno avuto l’opportunità di suonare con B. B. King, ma tu sei rimasto nella band per dieci lunghi anni totalizzando circa 3500 concerti. Quando te ne sei andato non sei stato rimpiazzato… è un segno di stima da parte di B. B. o semplicemente non vuole più saperne di tromboni?
LJB: (scoppia a ridere) Cominciai a lavorare per B. B. King ai tempi delle superiori e penso di aver portato qualcosa di unico con me, per la formazione e per il suono… questo spiega perché nessuno abbia potuto colmare il vuoto che mi sono lasciato dietro. E nemmeno Mudcat ci riuscirà mai, se proprio ci tieni a saperlo! (ride)
Fu un’esperienza impagabile, andammo persino in Medio Oriente, dove intrattenemmo le truppe che negli anni ’70 combattevano gli egiziani. Moshe Dayan, allora Ministro della Difesa israeliano, ci conferì una medaglia per questo. Suonammo molto a Las Vegas, che io avevo visto solo alla tv… la prima volta che ci esibimmo lì fu al Caesar’s Palace, aprivamo per Frank Sinatra. Ero davvero eccitato! E anche B. B.: ricordo che passò tutta la notte a rimirarsi il cartello con su i loro nomi. È qualcosa che non dimenticherò mai. E a 21 anni mi ritrovavo sul palco dell’Hilton, lo stesso sul quale era solito esibirsi Elvis Presley! Lui e B. B. erano grandi amici, veniva spesso a sentirci e ci invitava alle feste nella sua suite. Passammo parecchio tempo in sua compagnia e se ti dico che in quei giorni mi sono divertito, è esattamente ciò che intendo! (ride)
Ci tengo molto a dire che B. B. King per me fu come un padre… quando eravamo a New York ero sempre ospite a casa sua, non ha mai permesso che trascorressi una sola notte in albergo. Data la mia età era anche costantemente in contatto con mia madre e, se veniva a trovarmi, lo stesso valeva per lei.
Grazie a lui ho avuto modo di incontrare un’infinità di persone e musicisti fantastici… partecipammo al Newport Jazz Festival con Thelonious Monk, Ray Charles, Cannonball Adderley, Duke Ellington, Oscar Peterson… Certo, io suonai con B. B. e non direttamente con loro, ma era un grande evento e ogni cosa fu registrata… io stesso vorrei ritrovare quei dischi. E poi ci sono stati l’Ed Sullivan Show, il Soul Train, il Tonight Show del defunto Johnny Carson… quelli con Doc furono giorni fantastici, insomma. Doc, è così che chiamavo B. B. King.

MB: E cosa mi dici di Elvis?
LJB: Elvis era grande. Ti dirò una cosa: io è da Chicago che vengo, e a quei tempi i neri avevano un’idea differente di Elvis Presley… pensavano che tutto ciò che un nero avrebbe potuto fare per lui fosse lustrargli le scarpe. Ma non era affatto così, lui si rivelò essere un uomo e un artista meraviglioso… e così mi toccò tornare indietro e spiegare a tutti quanti «Hey, quel che dicevate del tipo non è affatto vero. Lui è uno a posto!». La prima volta che lo vidi salire sul palco davvero non credevo ai miei occhi, quando attaccava a muoversi e cantare nessuno riusciva a restare indifferente… specialmente le donne! Aveva questa cosa, che a B. B. piaceva molto… «Dannazione!» esclamava, «Guarda quel ragazzo!». Elvis era Elvis al 100%, nessun trucco. Elvis era un vero gigante e molta gente avrebbe un sacco di cose da imparare da lui.

MB: La tua carriera cominciò nel 1963 con Junior Wells e tu eri praticamente un bambino… come lo hai conosciuto?
LJB: Quando incontrai Junior Wells ero solo un undicenne che faceva il giro dei clubs col suo trombone per sbirciare dalle finestre, quella notte particolare mi trovavo fuori dal “Blue Flame”. Junior mi vide e disse «Hey ragazzo, che ci fai con quel trombone?» risposi che avrei voluto suonare, ma ero troppo giovane per poter entrare. Mi invitò a seguirlo all’interno e io certo non me lo feci ripetere! Il gestore ebbe da ridire, naturalmente… ma Junior gli spiegò che ero con lui e che se non mi avesse lasciato restare non avrebbe mai più rimesso piede nel suo club. Insomma, se non avessi varcato quella soglia mi sarei perso tutto quanto il resto (ride)!
Così cominciai con Junior, ma nel frattempo ero praticamente dappertutto! All’epoca andavo ancora a scuola e ne sarei uscito solo alla fine del decennio, ma anche se non potevo viaggiare e partecipare ai festival ormai ero diventato un quindicenne, chiunque mettesse piede a Chicago correva a ingaggiarmi! Questo spiega come mai io abbia suonato con così tanta gente, sono davvero più vecchio di quanto si potrebbe essere portati a credere!
Comunque, ottenuto il mio diploma entrai nella band di B. B. King e quando la lasciai fu per tornare con Junior. Con lui restai sino al 1998, l’anno della sua morte, poi incontrai Jacy, un’incantevole signora che presto avrai modo di conoscere, e con lei ci trasferimmo ad Atlanta.

MB: Il 28 agosto 1963 Martin Luther King guidava la “Marcia su Washington per il lavoro e la libertà”, nel 2009 tu e Mudcat avete suonato per Barack Obama con la Blues Brothers Band. Quello al quale stiamo assistendo è un cambiamento reale o siamo ancor in una fase di “lavori in corso”?
LJB: È un cambiamento al quale non possiamo chiedere troppo, perché correggere tutto ciò che è stato fatto nel modo sbagliato per così tanto tempo richiederà molto lavoro.
Fu una settimana ricca di eventi… noi suonammo per un pubblico di senatori e congressisti il giorno prima del giuramento di Barack Obama, al Charlie Palmer Steak, proprio di fronte al complesso presidenziale. Fu una vera benedizione, qualcosa che non dimenticherò per il resto dei miei giorni.
Il mattino seguente assistemmo alla cerimonia, faceva un gran freddo e… per resistere mi toccò comprare dei mutandoni, non li portavo dai tempi in cui vivevo a Chicago! Ma benché fossimo sotto zero, quella è stata una giornata piena di calore. Parlando da americano e da nero, voglio dirti che non mi sono mai sentito così pieno d’orgoglio in tutta la mia vita. Sembrava una “festa dell’amore”: migliaia e migliaia di persone in lacrime, per la felicità e per il cambiamento. Il mondo riceverà dei benefici da Obama, ne sono convinto.

MB: Ora sei in tour con Mudcat e con lui hai anche registrato diversi album. Come ci si sente sul lato più tradizionale del blues?
LJB: Ho conosciuto Danny “Mudcat” Dudeck in un locale chiamato “Cotton Club”. Mi avvicinai e gli dissi «Hey, mi piacerebbe suonare con te.» Mi guardò perplesso e rispose: «Per le cose che faccio ora forse potrebbero essere interessanti un banjo o un mandolino, ma non sto cercando un trombone…» e io «Lascia che ti spieghi: nessuno cerca un trombone. Mi sono creato ogni lavoro che ho trovato, nemmeno a B. B. King ne serviva uno. Assumimi e ti do la mia parola che mi impegnerò con te quanto mi impegnavo con lui». Penso di averla mantenuta, perché siamo ancora insieme!
Abbiamo cominciato più o meno nel 2003, anno in cui incidemmo “I’ll Be Young Once Too”. Da allora l’ho guardato crescere ogni giorno sino a diventare il magnifico musicista che è oggi… e nel frattempo mi sono goduto ogni singolo momento della nostra amicizia. Essere qui in Italia con lui è un grande onore: lui e Kathryn stanno festeggiando il decimo anniversario delle loro nozze, sono stati davvero gentili a invitarmi. Grazie Danny (sorride). Grazie Kathryn.

MB: Cosa mi dici di “Freedom Creek”, l’ultimo album di Mudcat uscito per Tim Duffy e la sua Music Maker? Sembra che il tuo trombone abbia spazio a volontà e tutti insieme avete fatto un lavoro incredibile anche dal punto di vista vocale: la prima volta che ho ascoltato la versione di “I Want to Know” di Ray Charles mi sono chiesto se per caso le Raelettes non fossero tornate in pista… poi, leggendo le note, ho capito che si trattava solo di voi quattro!
LJB: (scoppia a ridere) Alle Raelettes abbiamo solo rubato il falsetto! E non vedo l’ora di tornare a casa per raccontare a Dave Roth e a Eskil Wetterqvist che ora nel mondo sono convinti che siamo un mucchio di pollastrelle! Scherzi a parte, vorrei dire che la canzone da cui l’album prende il titolo è stata scritta da Danny in memoria di Willie King, un bluesman al quale fu molto vicino e un uomo magnifico, scomparso pochi mesi fa all’età di 65 anni. Fu un attivista per i diritti civili di tutte le persone nel mondo e l’organizzatore del Freedom Creek Festival nella sua fattoria nei pressi di Old Memphis, in Alabama. Willie non ebbe occasione di venire in Europa molto spesso, ma nel 2008 partecipò al Festival Cognac Blues Passions, in Francia. C’eravamo anche noi, e posso dirti che fu molto apprezzato.

MB: Parliamo della tua attività da solista, hai dei progetti collaterali?
LJB: Nel corso della mia carriera ho partecipato a innumerevoli registrazioni… ma la mia prima volta da solista è venuta nel 2006 con “Live from Paris” e la produzione di Lola Gulley, una giovane artista di grande talento. È un buon disco e ad accompagnarmi, oltre a Lola stessa, ci sono diversi musicisti europei.
Da un paio d’anni a questa parte sono un membro della Music Maker Relief Foundation… avendo subito una sostituzione totale dell’anca sono diventato una vera rogna, quindi ormai posseggo tutti i requisiti necessari! (ride) La fondazione non solo produrrà il mio prossimo album, già in cantiere e che potrebbe esser pronto in primavera, ma ti annuncio in anteprima che parteciperò al prossimo tour primaverile che, tra gli altri paesi, includerà l’Australia. Ci andai anche l’anno scorso, insieme a Beverly Watkins, Dr. G.B. Burt, Albert White, Eddie Tigner, Pura Fé, Sol e Tim Duffy stesso… e lascia che ti dica una cosa al riguardo: nonostante circa tre settimane prima della partenza io sia stato operato all’anca, fu un vero successo e non ebbi bisogno né di un bastone, né di medicazioni, né di altro. Un miracolo, insomma! Music Maker è una grande, bellissima famiglia alla quale sono orgoglioso di appartenere. Anche se mi prendono sempre in giro per via di tutti i musicisti con cui ho avuto a che fare… (sorride) Louis Satterfield, un amico che faceva parte degli Earth, Wind & Fire, era solito dire: “A parte Dio, Lil’ Joe ha suonato proprio con tutti!”. Be’, per Dio stiamo ancora aspettando… ma più in là vedremo! (ride)

MB: Ancora oggi Chicago è un riferimento importante per il blues e la musica in generale, eppure hai scelto di vivere ad Atlanta. Che impressione hai avuto della scena musicale locale?
LJB: È molto interessante e, parlando di quella più legata alle radici del blues, lo è specialmente grazie a Mudcat… col suo lavoro ha contribuito a far sì che molti musicisti locali venissero riscoperti, e ne ha aiutati altrettanti a reinventarsi una carriera. Così è come la vedo io, almeno, e mi riferisco a gente come Cootie Stark, Mr. Frank Edwards, Macavine Hayes e tanti altri.

MB: So che alla tua prima apparizione all’Ed Sullivan Show è legata una storia particolarmente toccante… ti va di raccontarla?
LJB: Sì. Mia nonna, riposi in pace, si chiamava Josephine e dal suo nome deriva il mio, Joseph Burton. Io ero un ragazzino e lei non si perdeva mai una puntata dell’Ed Sullivan Show, la domenica sera. Spesso ero lì a farle compagnia e mi diceva «Joseph, accendi la mia televisione. E gira sull’Ed Sullivan Show!». Così facevo, e poi ce lo guardavamo tutto. Quando ci vide me fu letteralmente sopraffatta dalla gioia e, da parte mia, credo di non aver mai ricevuto una soddisfazione più grande dalla vita.
Lei morì non molto tempo dopo all’età di 95 anni. Accadde che si fratturò un’anca, la ricoverammo in ospedale e io stavo sempre con lei. La chiamavo “Mama Joe”, era così eccitata per la mia carriera! Un giorno le dissi che il lavoro con B. B. King mi avrebbe portato in Europa, ma che sarei tornato presto. Mi rispose «Non so dove tu stia andando, ma dubito di essere qui quando tornerai…». «Ci sarai eccome!» ribattei io, e partii. Fu poi ad Amsterdam, rientrando in hotel, che uno dei ragazzi della band mi avvisò di B. B. che stava cercandomi. Intuii che doveva esserci qualche novità riguardo mia nonna, bussai alla sua porta e, entrato, mi invitò a sedermi. Disse «Joe, ho una notizia triste per te. Tua nonna se n’è andata, ma non c’è bisogno che tu finisca il tour. Tornerai a casa adesso.» (visibilmente commosso, fa una pausa).
Passai la notte in volo e quando finalmente atterrai a Chicago tutti erano già al cimitero… così presi un taxi e non ebbi il nemmeno il tempo di passare in centro per acquistare delle scarpe o qualcosa di consono all’occasione. Mentre la stavano deponendo nella sua fossa qualcuno mi vide correre e tutti cominciarono a gridare «Ecco Bobo!». Bobo, il soprannome con cui sono cresciuto. Arrivai giusto in tempo per salutarla un’ultima volta.

MB: È una storia triste.
LJB: Lo è, ma si va avanti. Gli amici che seguirono la puntata dell’Ed Sullivan Show dissero che non si vedeva altro che il mio sorriso! (ride) E so che al B. B. King’s Museum di Indianola, Mississippi, è conservata una mia foto scattata proprio in occasione di quella serata. Vorrei visitarlo, un giorno.

MB: C’è qualcosa che vorresti aggiungere?
LJB: Sì. Qui ho avuto il piacere di incontrare tante grandi persone, ma ci tengo a dire che tu, Massimo, sei una delle migliori e che ti considero un caro amico. Ti auguro tutto il successo e le cose migliori che la vita può essere in grado di offrirti. E desidero salutare Sergio Sala, lui è un dono del Cielo, un uomo buono dalla grande anima. Voglio ringraziarvi entrambi, per il bene che mi volete.

Cardano al Campo, 25 ottobre 2009 ©Massimo Baraldi, http://www.massimobaraldi.it

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